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Mio articolo, originariamente pubblicato su:

Monitore Napoletano - Speciale Carnevale

 

Pulcinella aveva un gallo, tutto il giorno vi andava a cavallo, con la briglia e con la sella. Viva il galletto di Pulcinella! Pulcinella aveva un gatto, tutto il giorno saltava da matto, suonando una campanella. Viva il gattino di Pulcinella”

Con questa breve e famosa filastrocca apriamo un piccolo ma sentito omaggio ad una maschera di Carnevale che non ha certo bisogno di presentazioni: PULCINELLA.

Pulcinella è fra le maschere più popolari e simpatiche, ed è il simbolo di Napoli e del suo popolo: impersona lo spirito genuino, fatto di arguzia, di spontaneità e di generosità. Egli  appare sulle scene nei panni di un servo furbo e poltrone, sempre affamato e alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Pulcinella si adatta a fare di tutto: oltre che servo, diventa all’occorrenza fornaio, oste, contadino, mercante, ladruncolo e ciarlatano che, ritto su uno sgabello di legno, in uno spiazzo fra
i vicoli di Napoli, cerca di vendere i suoi intrugli "miracolosi" a quanti gli stanno attorno a naso ritto, richiamati dalla sua voce e dai suoi larghi gesti delle braccia.

Credulone, litigioso, arguto, un po' goffo nel camminare, Pulcinella è in continuo movimento, sempre pronto a tramare qualche imbroglio o a fare dispetti.

Egli è dotato di una insaziabile voracità. Dice che la frittata di maccheroni è molto buona ma che lui non la poteva mai mangiare perché la pasta non gli avanzava mai. E' eternamente preoccupato per il cibo, sempre alle prese con l'ostinato problema della sopravvivenza, delle necessità elementari che aguzzano il suo ingegno e la sua fantasia, alla ricerca di espedienti per sfuggire alla sopraffazione dei potenti, all'ingordigia dei ricchi.

Tuttavia, ha anche un  carattere mattacchione e, quando qualcosa gli va per il verso giusto, esplode in una danza fatta di vivaci e rapidi saltelli, di sberleffi e di smorfie gustosissime a vedersi. Ma non riesce mai a imparare a starsene zitto quando dovrebbe e, proprio per questo, è diventata famosa l'espressione "È un segreto di Pulcinella" per indicare appunto qualcosa che tutti sanno.

 

Le origini
La maschera di Pulcinella ha il volto bianco e nero e indossa un largo camice bianco. Egli rappresenta una maschera della Commedia dell'Arte ed è tra le più fortunate del teatro comico italiano

E' goffo e sfrontato, ma anche universale, comico e drammatico, come ben sapeva Eduardo De Filippo e anche tutti gli altri attori che hanno indossato casacca e maschera sul palcoscenico.

Il nome Pulcinella deriva probabilmente dal napoletano "pullicino", che significa pulcino, a sottolineare il timbro buffonesco come di un roco chiocciare.

La maschera di Pulcinella, cosi come noi la conosciamo, è stata inventata ufficialmente a Napoli dall’attore Silvio Fiorillo nella seconda metà del Cinquecento. Le origini di Pulcinella sono però molto più antiche.

Le ipotesi sono varie: c’è chi lo fa discendere da “Pulcinello” un piccolo pulcino per il naso adunco; c’è chi sostiene che un contadino di Acerra, Puccio d’Aniello, nel ‘600 si unì come buffone ad una compagnia di girovaghi di passaggio nel suo paese.

Puccio d'Aniello era il nome di un contadino di Acerra, reso famoso da un presunto ritratto di Annibale Carracci, dalla faccia scurita dal sole di campagna ed il naso lungo, che diede vita al personaggio teatrale di Pulcinella.

Altri vanno invece ancora più indietro nel tempo, fino al IV secolo e sostengono che Pulcinella discende da Maccus, personaggio delle Atellane (genere di commedia, originariamente in dialetto osco, in uso già dal IV secolo a.C. ) che si esprimeva in un dialetto campano, l’osco appunto. Maccus rappresentava una tipologia di servo dal naso lungo e la faccia bitorzoluta, ventre prominente, che indossava una camicia larga e bianca e il volto era coperto da mezza maschera.......

Pulcinella ha incarnato e continua ad incarnare, ancora oggi all'estero, il personaggio che, cosciente dei problemi in cui si trova, riesce sempre ad uscirne con un sorriso, prendendosi gioco dei potenti pubblicamente, svelando tutti i retroscena.

Altri autori attribuiscono l'origine del nome all'ermafroditismo intrinseco del personaggio, ovvero un diminutivo femminilizzato di pollo-pulcino, animale tipicamente non riproduttivo, del quale in un certo senso imita la voce.

In tale accezione, Pulcinella si riconferma come figura di tramite uomo-donna, stupido-furbo, città-campagna, demone-santo salvatore, un dualismo che sotto molti aspetti configura la definizione pagano – cristiana della cultura popolare napoletana.

Pulcinella come personaggio del teatro della commedia dell'arte nasce ufficialmente con una commedia del comico Silvio Fiorillo: La Lucilla costante con le ridicole disfide e prodezze di Policinella, scritta nel 1609 ma pubblicata soltanto nel 1632 dopo la morte dell'autore.

Silvio Fiorillo, che già era famoso con il personaggio di Capitan Matamoros, con Pulcinella, probabilmente, risuscita un personaggio già presente nella tradizione del teatro napoletano.

Il nome di Pulcinella è cambiato nel corso degli anni, cosi come il suo aspetto.

Anticamente, si chiamava  “Policinella ( od anche Pollicinella) “, come si vede dal titolo della commedia di Fiorillo. Partito da Napoli in compagnia di vari altri personaggi che parlavano una lingua franca a metà tra il napoletano e lo spagnolo, Pulcinella, con Silvio Fiorillo approdò nelle grandi compagnie comiche del nord e divenne l'antagonista di Arlecchino, maschera di Bergamo, il servo sciocco, credulone e sempre affamato di quella fame mai saziata dei poveri diavoli.

Anche l'aspetto Pulcinella è cambiato nel corso dei secoli. La sua maschera è stata chiara o scura a seconda dei periodi. Il pittore veneziano Giandomenico Tiepolo lo dipinge in entrambi i modi, ma siamo già nel XVIII secolo. Nel 1621 nella raccolta d'incisioni intitolata “ I Balli di Sfessania”, il francese Jacques Callot rappresenta il suo Polliciniello con la maschera bianca, il ventre prominente di Maccus diventa una gobba, anzi spesso una doppia gobba, come nella versione francese, altre volte la gobba scompare, come notiamo nei disegni del pittore romano del '700 Pier Leone Ghezzi , dove è rappresentato con la maschera nera.


Comunque la più importante raccolta di lazzi pulcinelleschi rimarrà quella del seicentesco
Padre Placido Adriani (Lucca fine sec. XVII-? dopo il 1736).  A Napoli, all'inizio del Settecento, la fortuna del personaggio di Pulcinella ha bisogno di uno spazio proprio, per questo verrà costruito appositamente un teatro per le commedie in dialetto: il San Carlino.

Forse l'aspetto del Pulcinella che conosciamo oggi è quello dei disegni di Ghezzi, filtrati attraverso il costume che per anni indossò il più longevo e prolifico attore di farse pulcinellesche: Antonio Petito.

Addirittura è stato ipotizzato che la forma della maschera, in particolare nelle versioni più recenti, interpreti un comun denominatore delle caratteristiche somatiche (e craniometriche) che contraddistinguono il popolo dei vicoli.

In particolare, questa bizzarra teoria è stata sviluppata da Dario David, naturalista napoletano, in uno studio dal titolo  “La vera storia del cranio di Pulcinella”.

Egli, partendo dalle osservazioni «casuali» della ricorrenza di fisionomie simili in certi particolari quartieri di Napoli,  con uno studio curioso, spigliato, divertente e potenzialmente di grande impatto sociale non solo per i partenopei, ha supposto che una serie di caratteristiche somatiche, come le arcate sopracciliari pronunciate e gli occhi incavati,siano tramandate con grande frequenza nei fitti e chiusi microsistemi dei quartieri popolari di Napoli.

E per finire il nostro piccolo omaggio, un ultimo pensiero non può che essere per il teatro dei burattini, passione di grandi e piccini, di cui Pulcinella è diventato un emblema. Ma qui troviamo un Pulcinella diverso da quello della commedia dell’arte, un Pulcinella non  più servitore, ma al contrario vitale, ribelle ed irriverente che non esita ad affrontare chiunque senza alcun timore

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