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“Semel in anno licet insanire”! (Una volta all’anno è lecito impazzire).

 

Questa locuzione, diffusa soprattutto nel Medioevo, è legata ad una sorta di rito collettivo che ricorre in molte culture, soprattutto occidentali. In un ben definito periodo di ogni anno tutti sono autorizzati a non rispettare le convenzioni religiose e sociali, a comportarsi quasi come se fossero altre persone. Questa tradizione è spesso legata alla celebrazione del carnevale. Si tratta di un rito liberatorio che permette ad una comunità di prepararsi in modo gioioso all'adempimento dei propri normali doveri sociali.

Impazzire dunque in senso gioioso, tuffandosi in un bagno di limpida, lecita e scoppiettante allegria che dia ad ognuno la carica giusta.

È un saggio consiglio che ci è stato tramandato dai nostri progenitori latini.
Quale migliore occasione, se non il Carnevale, per dare ascolto a chi di feste se ne intendeva veramente? Pensiamo ad esempio all’antica Roma, dove si festeggiava per
giorni e giorni fino allo sfinimento.

Il Carnevale è sicuramente la festa più allegra dell’anno, la più attesa dai bambini e una gradita occasione di festa anche per i grandi. Varie sono le tradizioni popolari di questo periodo dell’anno in gran parte dei Paesi del Mondo e in ciascuno di essi si
rifanno a miti, a leggende, o a rituali pagani e religiosi.

Occorre infatti precisare che, nel Carnevale sono confluite tali e tante feste ed usanze, sovente antichi retaggi del mondo pagano che hanno il sapore dei riti d'inizio di un ciclo annuale, che risulta piuttosto difficile dare un'interpretazione completa ed esauriente di quello che il Carnevale e queste feste significano.

 

Un po’ di storia

Il termine “carnevale” deriva dal latino carnem levare, ovvero “privarsi della carne”, e fa riferimento all'usanza di tenere un grande banchetto prima del digiuno quaresimale.


Il riferimento è dunque esplicito alla tradizione cattolica, poiché, come è noto, il carnevale è l’ultimo giorno prima dell’inizio dei 40 giorni prescritti di digiuno ed astinenza, dalle carni  che precedono la festa di PASQUA.

Ma la celebrazione del carnevale nasce col cattolicesimo?

Assolutamente no!!!

Il cattolicesimo, come noi oggi lo conosciamo, ha inglobato all’interno della sua tradizione molti riti e feste di origine pagana (quasi un bell’assist a Dan Brown).

Le prime tracce di manifestazioni  simili al carnevale si trovano già nell'antico Egitto, dove, nel giorno dell'equinozio d'autunno, erano celebrati con grandissimo sfarzo i Cherubs, o festa dei buoi e d'altronde maschere e travestimenti venivano utilizzati dagli stregoni fin dal paleolitico.
Ma è soprattutto nel mondo greco e  romano che possiamo ritrovare le origini del nostro carnevale.

In epoca Greca (periodo Ionico-Attico) esistevano le Antesterie.

Le Antesterie sono delle feste celebrate in onore di Dioniso, che hanno a che fare direttamente col piacere del vino e con il "fiorire primaverile". Questi giorni di festa cadono infatti nel mese di Antesterione (a cavallo fra febbraio e marzo) con l'avvicinarsi della primavera. Ad Atene venivano chiamate "Antiche Dionisie" per distinguerle dalle "Grandi Dionisie" più recenti e introdotte infatti da Pisistrato nel VI secolo a.C.

La festa dura tre giorni ed inizia l'11 di Antesterione (il periodo equivalente alla nostra seconda metà di febbraio alla prima metà di marzo ed era dedicato alle Antesterie, la festa dei fiori); questi tre giorni di festa vengono chiamati i "boccali" o "apertura delle botti". Durante queste feste si assaggiava il vino pigiato in autunno: veniva spillato ed assaggiato solo durante le Antesterie; era previsto anche e soprattutto un sacrificio di questo vino (libagione) per farlo assaggiare al Dio. contenti della miscela si inneggiava al dio con immensa gioia ed ebbrezza.

La festa inizia ufficialmente al tramonto; durante il giorno si trasporta tutto nella zona del santuario, solo allora si onora il Dio con le prime libagioni.

In questi giorni hanno luogo anche agoni veri e propri di bevute di vino con il proprio boccale (anche i bimbi e gli schiavi partecipano).

Il 12 di Antesterione, in un clima di allegria domestica e di ebbrezza, si sviluppa un secondo aspetto, più cupo e in contrasto col giorno precedente: il tema della contaminazione (miarà). Si dice che in questi giorni i fantasmi popolino le città, spiriti chiamati Cari, considerati gli antichi abitanti dell'Attica. Così, per proteggersi, si cospargono le porte di pece, si comprano rametti di biancospino per proteggersi dai fantasmi ma soprattutto tutti i templi erano chiusi, tutti i santuari bloccati: durante questo giorno si usano maschere (Dioniso è anche dio della maschera) si parla anche di cortei con dei carri.

Il 13 di Antesterione era il giorno delle pentole, nelle quali si mettevano cereali e miele cotti insieme. Vi è qui un'associazione fra cibo primitivo e cibo dei morti, nel senso di cibo consumato dagli antenati. Ai morti viene infatti offerta la cosiddetta panspermìa (πανσπερμία), una torta impastata col seme di ogni pianta (che è appunto il significato letterale della parola greca). Una sorta di equivalente cristiano della panspermìa sarebbero da considerarsi i kòllyba (neutro plurale greco, κόλλυβα, "pasticcetti"). Il nome deriva dalla parola kòllybos (κόλλυβος) che era il chicco di grano utilizzato per pesare l'oro, e più tardi questa parola veniva utilizzata per definire una moneta che equivaleva ad 1/4 delle monete di bronzo. Gli ingredienti di questi cibi sono ricchi di simbologia. Le mandorle rappresenterebbero le ossa nude; la melagrana simboleggerebbe il ritorno del corpo nella terra; l'uva passa, l'idea che dopo la morte e la resurrezione di Cristo, la morte non è così amara. Il grano, invece, è il simbolo della resurrezione. La kòllyba non manca mai in tutte le cerimonie funebri della Grecia odierna, dove c'è l'abitudine di ricoprirla con zucchero a velo. Si sacrificava infine ad Ermes ctonio per amore dei morti e si mangiava dai pentoloni nella speranza di una vita riconquistata. Questa nuova vita iniziava con degli agoni. Il giorno della contaminazione finiva dunque in questo modo e così divenne proverbiale l'esclamazione "fuori, o Cari, le Antesterie sono finite". (da http://it.wikipedia.org/wiki/Antesterie)

Come detto, nel VI secolo ad Atene, furono introdotte le “Grandi Dionisie” dal tiranno Pisistrato, che avevano una valenza sociale e politica piuttosto forte.

Le Grandi Dionisie si svolgevano ad Atene tra il 9 ed il 14 circa del mese di Elafebolione del calendario attico, corrispondente ai mesi di marzo-aprile del calendario giuliano.

Luogo e periodo non sono certo casuali: a primavera, infatti, le condizioni di navigabilità del mar Egeo erano ottimali, garantendo alla polis la presenza di un numero considerevole di stranieri. Questa particolare condizione di cosmopolitismo permetteva agli ateniesi sia di mostrare la propria superiorità culturale, sia di farne occasione di propaganda politica e militare di fronte alle altre città greche.

All'apertura degli agoni tragici, infatti, dopo una processione di vergini, un araldo presentava agli spettatori gli orfani di guerra che avevano raggiunto l'età efebica: questi ultimi venivano rivestiti di un'armatura, segno di maturità, e prendevano posto in teatro. La vestizione degli efebi era seguita dalla celebrazione della potenza militare di Atene ma anche dell'istituzione civica stessa, in quanto i giovani orfani erano allevati e vestiti a spese dello stato. In quell'occasione venivano esposti anche i tributi che ogni anno le città alleate versavano ad Atene, segno anche questo distintivo di un'egemonia della polis sulle altre.

Il cosmopolitismo che si respirava nel corso delle Dionisie cittadine si riflesse anche sugli argomenti delle tragedie presentate, che affrontavano temi di ampio respiro.

L'organizzazione delle feste era affidata all'arconte eponimo.

L'arconte eponimo, appena assunta la carica, provvedeva a scegliere tre dei cittadini più ricchi ai quali affidare la "coregia", cioè l'allestimento di un coro tragico: nell'Atene democratica i cittadini più abbienti erano tenuti a finanziare servizi pubblici come "liturgia", cioè come tassa speciale (oltre alla coregia una delle liturgie più importanti era ad esempio l'allestimento di una nave per la flotta, la Trierarchia).

In epoca Romana (relativamente più tarda rispetto alla tradizione ellenica), vi erano i Saturnali avevano inizio con grandi banchetti, sacrifici, in un crescendo che poteva anche assumere talvolta caratteri orgiastici; i partecipanti usavano scambiarsi l'augurio o Saturnalia, accompagnato da piccoli doni simbolici, detti strenne.

I Saturnalia (festività in onore del dio Saturno) vennero fissati in età Imperiale da Domiziano tra il 17 ed il 23 dicembre, e, come descritto nell’articolo sul Natale, il rito dello scambio dei doni è stato “acquisito” come completamento di quest’altra festa.

Durante questi festeggiamenti era sovvertito l'ordine sociale: gli schiavi potevano considerarsi temporaneamente degli uomini liberi, e come questi potevano comportarsi; veniva eletto, tramite estrazione a sorte, un princeps -una sorta di caricatura della classe nobile- a cui veniva assegnato ogni potere.

In realtà la connotazione religiosa della festa prevaleva su quella sociale e di "classe". Il "princeps" era in genere vestito con una buffa maschera e colori sgargianti tra i quali spiccava il rosso (colore degli dèi). Era la personificazione di una divinità infera, da identificare di volta in volta con Saturno o Plutone, preposta alla custodia delle anime dei defunti, ma anche protettrice delle campagne e dei raccolti.

La scultura Saturnalia di Ernesto Biondi rappresentante una saturnale.

In epoca romana si credeva che tali divinità, uscite dalle profondità del suolo, vagassero in corteo per tutto il periodo invernale, quando cioè la terra riposava ed era incolta a causa delle condizioni atmosferiche. Dovevano quindi essere placate con l'offerta di doni e di feste in loro onore nonché indotte a ritornare nell'aldilà, dove avrebbero favorito i raccolti della stagione estiva.

Molto presumibilmente la tradizione del Carnevale di tipo cattolico, con l’usanza del travestimento, potrebbe derivare proprio dai Saturnali precedentemente descritti.

Va inoltre aggiunto che, come concordano unanimemente gli storici, il Carnevale Medioevale è considerato follia allo stato puro!

È un momento in cui vige la più assoluta libertà e tutto diviene lecito: ogni gerarchia decade per lasciare spazio alle maschere, al riso, allo scherzo e alla materialità. Lo stesso mascherarsi rappresenta un modo attraverso il quale uscire dal quotidiano, disfarsi 2del proprio ruolo sociale, negare sé stessi per divenire altro.
Ed è proprio nel Medioevo che la frase latina Semel in anno licet insanire, che tradotto alla lettera significa che una volta all’anno è lecito impazzire, in questo periodo della nostra storia, considerato oscuro, ma sicuramente più fulgido e splendente del periodo della Controriforma, si afferma come motto di vita.
Nel periodi successivi, poi, anche a seguito di scismi interni al Cattolicesimo, questa festa diviene un po’ meno marcata.

Concludendo , si può dunque affermare che il carnevale ha sempre rappresentato una grande festa popolare, in cui confluivano elementi di diversa natura, dando vita a riti e usanze culminanti in momenti di gioia e allegria che raccoglievano le comunità.


Una ricorrenza che ancora oggi continua a divertire e far sognare, con i suoi costumi, le maschere, i dolci, gli scherzi.

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